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La problematica
Indice articolo
La problematica
I Criteri
Il Concetto
La metodologia

La problematica

Negli ultimi anni sono stati fatti notevoli progressi per la prevenzione dell'ictus in relazione ai fattori di rischio modificabili come l'ipertensione arteriosa, gli attacchi ischemici transitori, la fibrillazione atriale, il diabete mellito, le cardiopatie e l'ictus stesso che costituisce la causa di ricaduta entro il primo anno per il 10% dei pazienti. Così come sin dagli anni '70, da quando cioè si è iniziato a trattare l'ipertensione arteriosa con farmaci efficaci la mortalità per l'ictus, soprattutto emorragico, si è notevolmente ridotta.

Inoltre il miglioramento delle metodiche di indagine in campo medico ha consentito l'acquisizione di nuove conoscenze scientifiche sui meccanismi che sono all'origine dell'ictus. In particolare l'introduzione della TAC, della Risonanza magnetica, degli ultrasuoni e di nuove tecniche di laboratorio hanno permesso di raggiungere risultati sorprendenti soprattutto nel campo della prevenzione medica e chirurgica.

Anche sul fronte farmacologico i medicinali antiaggreganti piastrinici e gli anticoagulanti orali riducono il rischio di un successivo ictus fino al 68% circa. Mentre sul versante chirurgico è possibile praticare la TEA o trombo-endo-arterectomia carotidea o anche l'angioplastica carotidea cioè interventi di rimozione delle placche ateromasiche quando la stenosi (restringimento) della carotide è del 70%.

Ciò potrà ridurre il rischio per le persone che già hanno avuto un TIA (attacco ischemico transitorio) con recupero quasi completo del deficit neurologico. In attesa che si realizzano anche in Italia gli Stroke Unit o Centri ictus cioè reparti specializzati aventi medici particolarmente esperti per la diagnosi e cura, nel mondo sono state introdotte terapie farmacologiche avanzate e con successo: i cosiddetti trombolitici. In pazienti con diagnosi accertata di infarto cerebrale non esteso con esordio di 1-2 ore al massimo e senza controindicazioni questi farmaci dissolvono i coaguli e quindi consentono la ripresa della circolazione dell'arteria ostruita.

Ciò consente di ridurre in modo significativo il danno cerebrale e di conseguenza l'invalidità ad esso conseguente. A questi dati clinici significativi relativi alla prevenzione, diagnosi e cura dell'ictus purtroppo non ne fanno seguito altrettanti inerentemente l'aspetto riabilitativo degli esiti, primo fra tutti l'emiplegia. Come già detto, escluso le morti,

si calcola che solo un terzo degli ictati conquistano l'autonomia più o meno completamente. 

Il restante due terzi diventano persone non autosufficienti con disabilità medio-grave-gravissima.

A questo punto è giusto chiederci:

Come mai in Italia la riabilitazione dell’emiplegia è così poco efficace.?

Innanzitutto un’errata visione del rapporto fisiatra-fisioterapista dove una posizione egemone del primo ha impedito al secondo di crearsi una propria autonomia nel ruolo sanitario riabilitativo.

Ciò ha impedito un’adeguata crescita professionale del fisioterapista e lo ha relegato a semplice funzione di subalterno. Poi lo stesso Sistema Sanitario Nazionale che esercitando solo un ruolo di ente delegante (in regime di convenzione) la gestione della materia riabilitativa ad enti privati ha rinunciato a qualsiasi politica di crescita culturale e scientifica di questa figura.

Le istituzione private che per adeguarsi agli standard stabiliti dal controllore pubblico sono costrette a gestire la riabilitazione dell’emiplegico avendo molta più attenzione ai problemi di gestione economica.

E al 2005 che i budget pubblici a disposizione per la riabilitazione sono contingentati essi sono gestiti soltanto con rigorosi criteri di controllo della spesa. Altra cosa sarebbe se fossero ripartiti in base ad un'attenta politica di vera ottimizzazione cioè al giusto rapporto costo prestazione-qualità ottenuta.

E non ultimo l'altro storico ostacolo allo sviluppo della Neuroriabilitazione è dovuto ad un problema culturale degli addetti ai lavori, in primis i fisioterapisti arroccati su concezioni tecniche anacronistiche e poco disponibili ai cambiamenti e alle sperimentazioni.

Infine nel corso degli ultimi anni proprio in Italia se da una parte si è avuto un impulso in termini di nuove proposte metodologiche dall'altra hanno prevalso troppi "interessi corporativi" e personalismi. Ciò ha determinato non poco impedimento al progresso del sapere scientifico.

Queste veloci considerazioni hanno avuto e hanno tuttora un'inevitabile ricaduta sull'utente finale il quale, pur superando l'ictus nell'80% dei casi, si ritrova paradossalmente nel 66-67% delle volte motoriamente paralizzato a causa di un insufficiente sistema (pubblico e privato) di assistenza riabilitativa.



 

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