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Questo spazio è a disposizione di chiunque voglia testimoniare la propria vicenda personale o di un familiare.
Oggi si racconta Daniela: una storia come tante.
"Per fortuna la settimana è quasi finita. Sono stanca non mi sono fermata un attimo e sono contenta che sia arrivato quasi il week-end, dal momento che il sabato è il mio giorno libero e domani venerdì si parte per Milano. Era da tempo che non avevamo un fine settimana così emozionante tutti e quattro, senza riunioni, impegni inderogabili o contrattempi.
Domani partiremo, ho da preparare ancora le valigie, la mia non so se mi spiego, alle 21,00 di sera. Ne parleremo tra poco davanti alle solite tagliatelle alla bolognese del mercoledì sera. E' il piatto preferito di Mario, mio figlio. La mattina mi sveglio, faccio la mia solita abbondante colazione con latte, biscotti e caffè. Sto per ultimare le mie faccende quotidiane quando all'improvviso vicino al lavello mi sento venir meno sul lato sinistro, non riesco a chiudere il rubinetto, che angoscia. Paolo mi afferra e mi chiede cosa succede. Mara spaventata comincia a gridare "Mamma, mamma". Mi siedono su una sedia e dopo poco mi ritrovo in ospedale.
"Ischemia" dice il dottore. Quella frase mi risuona ancora nella mente, vorrei scappare, correre su una spiaggia sul far della sera, tuffarmi in acqua e nuotar lontano fino a non vedere più la riva, perdermi nel blu del mare e lasciarmi accarezzare dalle sue onde. Invece mi ritrovo attorniata da tante persone, non riesco a muovermi, mi sento di impazzire, vorrei urlare, mandare tutti al diavolo e ritornare alla mia solita vita di sempre. Invece dopo aver realizzato il tutto capisco che devo abituarmi ad un regime di vita totalmente nuovo, devo convivere con il mio corpo in questo momento non autosufficiente e ai conseguenti imbarazzi, si non lo sopporto. Poi guardo Paolo, mio marito, che è il mio punto di riferimento, la mia linfa vitale, la mia roccia, ed ho pensato con nostalgia a tutti i bei momenti vissuti insieme.
Il suo sguardo è spento, sento che vorrebbe aiutarmi ma non può e si dispera. Allora decido che devo essere forte per lui e per i miei figli, devo reagire e uscire da quell' incubo, non credevo che la vita nascondesse tutti questi ostacoli e tanta delusione. E' tremendo vedere le cose più belle finire così, non lo accetto, la mia vita non può essere finita a 47 anni; ho ancora tante cose da fare, ho da crescere i miei figli, i miei nipoti, vivere con loro felice, assaporare la mia vecchiaia. Già mi vedo con Paolo, con i capelli bianchi magari col bastone, ma abbracciati insieme a ripercorrere le tappe della nostra vita e ridere delle follie e della vita trascorsa. Mi ritrovo invece in una stanzetta insieme ad una suorina e ad una vecchietta tanto dolce che per istinto comincio subito a chiamare "nonnina". Da allora cominciano i miei guai o forse i guai per i dottori, gli infermieri e i pazienti dell'ospedale perchè per tutto il tempo imploro e grido di voler tornare a casa.
Comincia un via vai di persone che neanche più ascolto e continuo a gridare a squarciagola "voglio andare a casa, portatemi a casa" a chiunque venga a trovarmi. Dottori e infermieri si sono rassegnati, anzi sono loro stessi che quando entrano nella mia stanza dicono "voglio andare a casa" precedendomi. Ma io imperterrita non la smetto e continuo "mandatemi a casa". La nonnina cerca di consolarmi forse perchè non ne può più. "Escogitiamo un piano, scapperemo di notte"; ma sono bloccata e non riesco a camminare, sono controllata a vista da mia mamma, mia sorella e dagli infermieri che soggiornano nella mia stanza, giorno e notte. "
Il ritorno a casa
"Finalmente un giorno e precisamente l'ottavo riesco a impietosire il primario che decide di dimettermi per poi, spedirmi all'Istituto Maugeri il 27 febbraio a Telese (BN).
Arriva il giorno tanto atteso, non sto più nella pelle. Finalmente torno a casa, che gioia rivedere la mia casa, i miei figli, i miei libri, mio marito, il mio letto. Mando via tutti e, distesa sul letto, comincio a ricordare il tutto, le lacrime annegano i miei occhi. Non riesco a vedermi in quel modo dipendente in tutto e per tutto da tutti ma subentra una rassegnazione, devo darmi da fare non solo per me ma anche per tutti coloro che mi amano. Leggo la tristezza negli occhi di mia madre che non sopporta che la gente mi veda in questo stato. La cosa mi fa star male anche perchè a me non importa niente della gente, voglio solo uscire da questo incubo che mi soffoca e mi impedisce di comportarmi come vorrei.
Mi preparo per la cena, una prima serata a casa. Festa, abbracci, baci e poi a dormire ma chi pensa a dormire, la notte per me è il momento in cui posso abbandonarmi ai miei pensieri, sfuggire agli sguardi pietosi della gente, alle solite frasi di routine "ci vuole tempo e pazienza". Non le sopporto più. Il giorno dopo mi risveglio felice tra i baci e gli abbracci di mio marito e dei miei figli, non desidero altro sono felice all'ennesima potenza. Forse ho cominciato ad accettare il tutto e a riprendere le forze per la mia nuova vita, che è comunque bella e va vissuta appieno. Felicità e tranquillità che viene subito interrotta da una via vai di persone, amici e conoscenti che cominciano ad affollarmi la casa. Non ne posso più voglio restare sola con la mia famiglia. Il mio non è imbarazzo, non riesco a capire cos'è e pensare che un tempo ero così felice nel ricevere gente.
Mi piaceva essere al centro dell'attenzione anche perchè godevo nel guardare gli sguardi di tutti che temevano sempre qualcosa da me. Sono sempre stata un pericolo per tutti, la qual cosa non li intimoriva, ma li faceva sorridere tanto che se non combinavo loro qualche scherzo se ne andavano via a malincuore, delusi per non essere stati nel mio mirino. Ora invece li guardo appena o meglio a stento, rivolgo loro qualche parola mi difendo solo con il tripode e colpisco tutti, quasi a volerli cacciare via. Non so cosa mi succede, sto male e non mi và di essere consolata e aiutata; io che ho sempre consolato e aiutato tutti. Non è una realtà che mi appartiene questa, per cui devo darmi forza e uscire da questo inferno.
La riabilitazione
Mi sono appena ambientata a casa che già devo ripartire per Telese dove c'è un centro di riabilitazione. La cosa non mi fa piacere, magari avessero ascoltato il mio istinto, non avrei trascorso lì 2 mesi di agonia per 50 minuti di palestra al giorno che non mi hanno giovato a nulla. Arrivo a Telese il giorno 27 alle ore 10 ad accogliermi ci sono due dottori il primario Lanzillo, bell' uomo, molto affascinante e il Dott. Calabrese, molto dolce e carismatico.
Mi assegnano una stanza che ai miei occhi mi sembra una cella che comincerò ad odiare da subito. Messa a letto alzai gli occhi e presi ad osservare il soffitto della mia "prigione". Esso si elevava a circa 30 o 40 piedi ed era costruito pressappoco come le pareti laterali. In uno dei suoi pannelli una figura assai singolare attrasse tutta la mia attenzione. Si trattava dell'immagine dipinta del tempo com'è comunemente raffigurato salvo che in luogo di una falce, la figura reggeva ciò che ad una occhiata casuale mi sembrò l'immagine dipinta di un'enorme pendolo, quali si vedono sugli orologi antichi. C'era tuttavia qualcosa nell'aspetto di questa macchina che mi indusse a guardarla più attentamente. Mentre l'osservavo in alto direttamente (perchè ero posta esattamente sopra di me) ebbi l'impressione di vederla ferma. Un attimo dopo, l' impressione trovava confusione di vederla muoversi.
Un attimo dopo l'impressione trovava conferma. Il suo movimento era breve e naturalmente lento. L'osservai per qualche minuto con un certo timore, ma soprattutto, con stupore. Stanca alla fine di osservare i suoi movimenti fastidiosi volsi gli occhi sugli altri oggetti della "cella". Un leggero rumore attrasse la mia attenzione e guardando verso la porta vidi la mia compagna di"cella", cominciò a parlarmi di tutti i suoi problemi. Non mi và di parlare, ma riesco ad incuriosirla a tal punto che dopo qualche giorno mi scrive una poesia che poi lesse prima della messa. Gioia e imbarazzo si alternavano in me, già precedentemente mi erano state dedicate poesie, ma dal sesso opposto. A che serve narrare le lunghe, lunghe ore di orrore più che mortali, durante le quali contavo le rapide oscillazioni dell'acciaio. Pollice su pollice, grado su grado, con una discesa rilevabile solo ad intervalli che sembravano secoli, veniva giù sempre più giù.
Passarono giorni, notti insonni, era possibile che già tanti giorni fossero passati, prima che oscillava così vicino sopra di me da sventagliarmi con il suo aere fiato l'odore dell'acciaio affilato penetrava a forza nelle mie narici. Pregai, stancai il cielo con le mie preghiere di farlo scendere più velocemente. Diventai pazza frenetica, lottai con tutte le mie forze per sollevarmi verso la tremenda scimitarra oscillante. Divenni poi improvvisamente calma, sorridendo alla morte scintillante, come un bambino sorride a qualche raro balocco. Vi fu un altro intervallo di completa insensibilità; esso fu breve, poichè ritornando alla vita mi accorsi che non vi era una discesa percettibile del pendolo poichè sapevo che vi erano demoni che spiavano il mio deliquio e potevano arrestare la vibrazione a volontà. Inoltre, quando rinvenni mi sentii molto, oh! Indicibilmente stanca e debole come la lunghissima inanizione. Persino tra le angosce di quel periodo la natura umana anelava al cibo. La mia mente fu attraversata da un pensiero appena abozzato di gioia, di speranza. Eppure che avevo io a che fare con la speranza? Si trattava, ripeto, di un pensiero appena abbozzato di gioia e di speranza; l'uomo ne ha spesso di simili, che non sono mai completati. Io sentivo anche che era morto sul nascere. Invano pensai di perfezionarlo di riafferrarlo.
La lunga sofferenza aveva pressocchè annientate tutte le mie ordinarie capacità mentali. Ero diventata un'imbecille, un'idiota. Vi sono momenti in cui anche l'occhio sobrio della ragione,il mondo della nostra triste umanità può prendere le sembianze dell' inferno. Ma l'immaginazione dell'uomo non è carati per esplorare impunemente ogni sua caverna. Ahimè la fosca legione dei terrori sepolcrali può essere considerata del tutto fantastica, ma come i demoni in compagnia dei quali Afrasiab fece il suo lungo viaggio ad Oxus. Essi devono dormire, altrimenti ci divoreranno, dobbiamo tollerare il loro sonno o perire. Quale che sia il dubbio, che possa ancora avviluppare la ragione fondamentale del mesmerismo (cura mediante campi magnetici) i suoi fatti inquietanti sinora quasi universalmente ammessi.
Coloro che dubitano di questi fatti inquietanti, sono oggigiorno i meri dubitatori di professioni; una classe inutile e screditata. Non vi può essere maggiore o totale perdita di tempo del tentativo di privarsi oggigiorno che l'uomo, col puro esercizio di volontà, può a tal punto impressionare il suo simile da gettarlo in una condizione anormale di fenomeni che assomigliano a quelli della morte."
L'ambientamento
"In questo interminabile lasso di tempo nonostante fossi così malconcia riuscii a fare breccia nel cuore di un ragazzo che cominciò a corteggiarmi spudoratamente. Tutte le sere veniva nella mia cella a guardare la televisione a detta sua, ma anzichè lo schermo, guardava me, fissandomi senza nessuna speranza, il mio cuore era di Paolo, solo suo. Cominciò a farmi degli squilli sul telefonino in continuazione tanto che fui costretto a spegnerlo. Come in ospedale a Potenza anche a Telese la mia "cella" era diventata il centro di accoglienza di infermieri, dottori e pazienti, nonostante fossi molto scontenta e antipatica. Cominciarono a volermi bene tutti, anche il dott. Calabrese che avevo scelto come vittima immolata al sacrificio, per carattere si prestava molto bene ai miei capricci. Mi perdonava tutto anche quando lo spruzzai dalla testa ai piedi con una bomboletta.
Per non parlare di quello che combinai in palestra quel giorno. Mi ero fatta comprare da Paolo un bustone di coriandoli che riversai lungo tutto il tragitto dalla cella in palestra che ho colorato in maniera molto simpatica. Tanto da attirarmi le ire della squadra di pulizia che per 10 giorni hanno dovuto raccattare i miei coriandoli sparsi dappertutto. Dimenticavo ho conosciuto un bambino di 7 anni Alfonso ricoverato per trauma cranico, molto dolce e carino che mi ha chiesto se volevo essere la sua fidanzata, quand'era tenero. Veniva a trovarmi spesso e mi dava tanti bacini.
Cominciarono a ripresentarsi tutte le mie insofferenze soprattutto di notte quando mi ritrovavo a pensare a quello che mi era successo. Avrei voluto urlare, fare pazzie ma mi ritrovavo immobile senza potermi muovere, un'agonia indescrivibile fino alle 6 del mattino quando arrivavano gli infermieri per le cure quotidiane. Mio marito veniva tutti i giorni non riusciva a stare senza di me d'altronde sono quella che sono INIMITABILE, INSOSTITUIBILE. Dopo circa 10 giorni volli azzardarmi a mettermi in piedi, quanto sono stata incosciente. Ho rovinato tutto per la smania di camminare di nuovo con i miei piedi, nonostante il divieto.
Non avrei dovuto farlo. Dopo qualche mese sequestro il dottore nella mia stanza e gli impongo la data di dimissione che ottengo, dopo molto lottare, per il 27 aprile, ma mancavano ancora 20 giorni che sembravano interminabili. Mi è toccato anche scrivere una tesi per il figlio della terapista sull'origine dei Musical fino ai giorni contemporanei. Chiedo a Paolo un po' di materiale e comincio a scrivere di getto su un argomento di cui non sapevo niente. Ho dovuto leggere la trama di tutti i Musical per denotarne la sfumature e differenze attraverso gli anni. Arriva finalmente il giorno tanto atteso, la mia "cella" era già vuota perchè avevo già mandato tutto a casa. Faccio l'ultima terapia saluto tutti in fretta e furia e via."
Il ritorno a casa
"Il tragitto per casa era interminabile ero felice, ma mi sono sentita male, forse perchè non ero più abituata a viaggiare. Eppure ho fatto tanti chilometri con la mia Polo, ho viaggiato per ore e ore. Non importa sono arrivata a casa, non sapevo ancora quello che mi aspettava. Dopo qualche giorno viene a visitarmi la fisiatra dell'A.S.L., molto dolce e competente e il giorno dopo comincio le mie terapie a casa. I primi 2 giorni ho avuto 1 terapista molto gentile e garbato, finchè il 4 maggio iniziarono i miei o forse altrui guai.
Mi arriva un tizio, tutto pieno di sè che esordisce: "io sono er più, er più bono, er più bello, er più bravo. Comincia a tastarmi tutta finchè comincia con il suo cinismo a dire "il muscolo tibiale funziona, quello della gamba per niente". Un senso di fastidio mi pervade, tanto che appena va via dico a Paolo "questo tipo non mi piace, lo distruggerò".
Il giorno dopo continua a elogiarsi e pavoneggiarsi. Comincia per me il quotidiano mezzogiorno di fuoco. Di solito a quell'ora tutti sono contenti perchè si può godere di uno dei pochi piaceri della vita. Il secondo per la precisione. Si stabilisce tra noi subito un feeling di odi et amo alla Catullo. Comincia il nostro gioco al massacro, non so chi ne uscirà vivo.
Diventa comunque la mia vittima preferita, mi piace stuzzicarlo, metterlo in imbarazzo. Durante l'ora di massacro frequenti sono le sue espressioni: " Molla-molla-tira su, famme fà nu' poco. M'egg fermat-questi sono i gemelli-bicipite-tricipite, divieto assoluto di carico, ecc." Me le sogno anche di notte. Dopo 20 giorni di massacro mi uscì dalla bocca un "eppur si muove" non lo avessi mai detto ha cominciato a pavoneggiarsi e ad aggiungere alle sue espressioni: "questo lo facevi prima che ci conoscessimo?". In realtà le dita dei piedi cominciano ad alzarsi per la prima volta e riesco a controllare maggiormente i miei muscoli ma non gli dò soddisfazione,ma dentro di me sono contenta se non fosse per quei cerotti che mi hanno rovinato la pelle con la colla che non va mai via nonostante il peeling e le creme.
Devo però ammettere che danno i loro frutti. Lo odio quando me li mette e quando li tolgo ma devo sottostare a questa tecnica dei Vincoli muscolo-cutanei, sperando di riacquistare tutte le forze per distruggere il mio fisioterapista e lasciarlo senza parole".
Daniela
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